La Terra che non va via.

 
Potrei parlare dell’Africa come la musica nelle orecchie mentre percorri millemila chilometri e incroci continuamente mani che si affacciano al tuo finestrino.
Potrei parlare dell’Africa come la lacrima che togli in cambio di un sorriso più bianco della luna.

Potrei parlare dell’Africa come la terra che mi è scivolata via dalla doccia, ora, dopo due settimane.
Potrei parlare dell’Africa come i sacchi di sabbia e cemento portati a fatica, come i muretti costruiti con filo e spatolina.

Potrei parlare dell’Africa come ritorni a casa sul retro di un camion, persi in una galassia di stelle.

Potrei parlare dell’Africa come gli infiniti viaggi in matato, a correre tra i dossi e strombazzare a suon di ‘Jambo’ tutti i passanti.

Potrei raccontare dell’Africa come Collins, Nelson, Francis, Andrew, David, Amis, Cristopher, Nicholas, John.

Potrei raccontare dell’Africa come i banchetti di legno, le baracche colorate, la frutta esposta in modo perfetto, i mercati trionfanti di rumore e magheggi.

Potrei raccontare dell’Africa come una manina che ti tira giù i pantaloni pur di trattenerti e la stessa che appena ti riconosce, qualche giorno dopo, ti sussurra ‘Mami’ con gli occhi sgranati a giorno.

Potrei raccontare dell’Africa come una Chiesa di quelle Vere, quelle fatte di Persone, Carne e Cuore in un unico momento che cantano, ballano, alzano gli Occhi e le mani al Cielo per ringraziare quel Dio tanto buono.

Potrei raccontare della canzone dei bambini più piccoli, tutti ordinati, con maglietta bianca e maglioncino blu, capaci di farmi scendere lacrime davanti a centinaia di persone.

Potrei parlare dell’Africa come il “quando torni?” che tutti vogliono chiederti.
Potrei parlare dell’Africa usando mille parole, sapendo però che solo i miei occhi possono spiegare tutto ciò che sto ancora provando.

Potrei parlare dell’Africa come quella certezza che hanno tutti, i bambini, i giovani.. quella certezza di credere che, comunque vada la Vita, comunque sia la Vita, tu non devi smettere mai e poi mai di credere che tutto è possibile.

E allora, mi sento in dovere di credere nei miei sogni, per loro che rappresentano, pur non sapendo, parte del mio sogno. Lo devo a loro, lo devo a me. 

 

 

 
 

 

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